Senza Titolo tecnica mista su carta 26x25 cm 2008
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IL NULLA ATEMPORALE DELLE TABULAE DI TIZIANA PARZIALE

 

Il Nulla Atemporale delle tabulae di Tiziana Parziale

 

Nelle opere informali di Tiziana Parziale, l’Universo tutto trova forma, seppure in modo transeunte, mentre il chaos primordiale trova visibilità, offerta al sentire umanamente condivisibile e partecipabile, seppure indicibile.

 Linee - solo orizzontali e verticali - non si intersecano, ma si accostano, spartendo campiture di una composizione  modulata che, secondo le proporzioni di una moderna formula “aurea”, fornisce codici di spazializzazione per ricodificare, ristruttturare lo spazio, e con esso il Tempo, all’Uomo moderno.

Sopra e sotto, destra e sinistra, sembrano scandire canoni rassicuranti di una realtà ancora misurabile, ancora antropometrica e, in quanto tale, antropocentrica.

 Ma qui lo spazio ha un ordine solo apparente, un ordine temporaneo e liminare, che si modificherà inesorabilmente da un momento all’altro e indipendentemente dall’azione e dalla volontà umana, facendo appello piuttosto alle dimensioni  di un dentro-fuori e di un prima-dopo analogici, che approderanno ad un assoluto non umanamente definibile.

 L’uomo “assente”, da tale spazio temporaneo e liminare proposto da  Tiziana Parziale, potrà salvarsi solo se saprà riconoscere tale precarietà del Tutto.

Qui, in queste tabulae - luogo-non luogo -, si fa appello ad un ordine “altro”, non umano, eppure umanamente sensibile; non razionale, ma analogico; non terreno, ma  riferentesi a dimensioni immateriali, tuttavia attraverso quel magma materico.

Si tratta di una ricerca eminentemente informale, in cui si fa appello a strutture spazio-temporali dell’inconscio collettivo, che costituiscono esperienza sensibile e universalmente condivisa.

Quelle di Tiziana sono “tabulae” per la mente, icone, cartografie mnemoniche, in cui tracce, indizi, segnali, residui, diventano indici, ricordi, riferimenti di vissuti stratificati nel tempo, accumuli di materiale esperenziale mai organizzato, eppure sempre riemergente, di un Tutto perduto e non più recuperabile nella sua integrità. Dunque luoghi frammentari, che approdano ad un Tutto- Nulla non più logicamente ordinabile e sempre riemergente dal chaos primordiale.

In quelle scabrosità, solchi, incisioni, alveoli, campiture di geometrie disordinate, così evanescenti nella loro matericità, delle opere dell’artista, ognuno potrà ritrovare simbolicamente il proprio percorso di vita, con le difficoltà, le speranze, le illusioni, i traumi; ognuno potrà perdersi, per poi ritrovarsi. In tal senso la scelta prevalente dei colori acromatici ha un valore quasi terapeutico di riscoperta, di percorso a ritroso, di riconoscimento e forse di riconciliazione con un sé originario perduto. Di contro alla confusione policromatica della corsa spasmodica quotidiana, le tabulae  offerte dall’artista fanno appello ad un momento di stasi, di riflessione, condotta sui particolari, sui microcosmi.

 Le superfici iconiche di cui qui si tratta costituiscono, pertanto, una sorta di schermi, e allo stesso tempo clessidre e bussole,   su cui la mente costruisce collegamenti tra il vissuto rimosso ed un hic et nunc percepito; per libera associazione si crea un feed-back, anzi un feeling-poichè al “sentire” si fa appello- tra quel solco, o rilievo della superficie, e i ricordi, non solo individuali, ma dell’inconscio collettivo. Quel particolare, grazie alla sua definizione analogica e informale, produrrà tangenze, richiami, attinenze, diverse di volta in volta, ad ogni incontro, grazie al carattere di potenzialità infinita, che è propria dell’opera d’arte. 

In tal senso l’arte si fa salvifica e l’azione dell’artista è quella di un moderno demiurgo.

Quella dell’artista, infatti, è actio ab origine, atto istintivo, impulsivo, immediato, primordiale. L’ordine apparente che ci offre deriva dall’intuito e non dal calcolo, e scaturisce allo stesso tempo dalla sofferenza creativa di chi ha attinto direttamente al quid essenziale, al primordiale e all’arcano, dove si dibattono gli humus che l’uomo moderno ha dimenticato e che l’artista ha recuperato nelle pieghe e negli strati sovrapposti delle sue opere.

 La materia disgregata, stratificata, si fa carico di un potenziale aggrumito, che rimanda ad antiche membra disejecta di dionisiaca memoria a cui l’artista, moderno eroe armato dell’arte, ultima arma salvifica, riesce a ricondurre ad una logica, ad un ordine umanamente percepibile, ad una costruzione architettonica geometrica, seppur non ordinata; o meglio l’artista destruttura il chaos della materia per ristrutturarla in un ordine nuovo ed inedito; la disgrega per indagarne alchemicamente il nucleo più intimo e autoreferenziale: quel quid di cui dicevamo, indicibile e invisibile. Tale autoreferenzialità è dovuta all’autonomia della materia e delle forme usate dall’artista, per cui tali forme non sono mimetiche di “questa” realtà, ma per essa forniscono codici di ricodificazione inediti.

 L’artista fa appello con la sua arte al pensare e ripensare, rivedere e riflettere, ricordare e ripercorrere per l’uomo odierno, sopravvissuto e poi perduto tra un passato dimenticato, un futuro obnubilato e un presente assente.

L’arte salvifica di Patrizia Parziale ci offre una realtà outre, precaria e non umanamente abitabile, così come un tempo altro, relativo, transeunte, temporaneo, che viene fissato in un assoluto eterno – pertanto non umanamente misurabile. Altre misure, infatti, altri codici ci vengono offerti dall’artista; questi possono trovare luogo solo nell’arte, in una dimensione non più antropometrica, in quanto non più antropocentrica e antropocratica. Al centro delle asimmetrie auree di tali tavole, quindi, non c’è più l’uomo, così come il punto di vista non è più umano.

Il monito dell’artista è chiaro: solo la consapevolezza di essere parte di un tutto, solo l’umiltà di ripensare la velleità della potenza tecnologica e l’inutilità della consolazione consumistica, solo il riconoscimento e ripercorrimento mnemonico (non ritorno) delle origini potrà salvare l’uomo.

Tale consapevolezza ci invita ad indagare l’artista con la sua actio ab origine proiettata nelle sue tabulae salvifiche.    

                                                                                                                    Lucrezia Rubini